Vite autoctone

Tante sono le nuove scoperte fatte a “Autoctono si nasce”.

Dalle realtà di antiche varietà dimenticate alle belle persone che le vivono.

Un evento organizzato da Go Wine e nato con una prospettiva particolare: mettere al centro dell’attenzione il vitigno, quello autoctono, che della nostra terra racconta la vera storia.

Ciò che rimane di quest’esperienza è la passione, il lavoro ed il rispetto che stanno dietro ad ogni sorso.

Dai racconti di tutti emerge un profondo rispetto della storia, del territorio e dell’ambiente. Inseguendo tra gli assaggi la Lacrima di morro d’Alba, vitigno storico marchigiano, incappiamo nel proprietario della “Tenuta S. Marcello” con cui nasce un bellissimo discorso di rispetto tra l’uomo e la natura che lo circonda. Parlando di biologico e biodinamico, di pro e contro, ci spiega: ” L’ambiente è un equilibrio ed ogni intervento è una violenza. Dobbiamo allearci con la natura, coltivare il visibile e l’invisibile.”

Quella dei vitigni autoctoni è spesso la storia di picccole varietà riscoperte, che faticano a trovare spazio e a farsi conoscere.

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E’ il caso della Gamba di Pernice (o Gamba rossa), varietà piemontese, dal 2013 DOC Calosso. Ce ne parla Federico Bussi, giovane erede delle cantine Bussi Piero. Si tratta di piccole produzioni, 1 ettaro o poco più, e di una vite difficile da gestire: molto produttiva, per nulla tannica e poco alcolica ( arriviamo massimo al 13%vol). Ci troviamo poi di fronte a stili produttivi completamente differenti, che ostacolano la riconoscibilità del prodotto,come ci conferma lo stesso Federico.

Spesso si tratta di produzioni talmente esigue che incerta diventa anche la scelta del metodo di vinificazione. Ne parliamo con il ” Podere Riosto”, azienda situata nel cuore del bolognese, a proposito della cosiddetta Vite del fantini. Riscoperta da una singola marza risulta difficile da inserire all’interno di una produzione che vede lo strapotere di vitigni simbolo del territorio come il pignoletto e una sovrabbondanza di Barbera, anch’essa di difficile collocamento ma ben radicata sul territorio. Da quest’uva autoctona dal nome dimenticato viene prodotto un metodo charmat con caratteristiche e profumi tanto interessanti da invogliarne una sperimentazione come base per un metodo classico.

Piccole produzioni, piccole realtà ma grande legame con il territorio e con la sua storia e la sua memoria. Sono queste le caratteristiche che, associate ad un ampio lavoro di ricerca, hanno portato alcuni di questi vitigni ormai dimenticati dal tempo a farsi notare anche all’interno di un panorama ampelografico vasto come quello italiano.

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E’ il caso della “Fattoria Paradiso”, cantina storica di Bertinoro, cuore della coltivazione dell’ Albana di Romagna e del Sangiovese. Siamo attorno al 1950 quando Mario Pezzi nota tra le viti di Sangiovese delle piante difformi per forma delle foglie e per frutto; erano quelle che lui stesso avrebbe poi denominato Barbarossa in onore dell’imperatore che nelle terre di Bertinoro aveva soggiornato per due anni.Da allora ad oggi questa azienda è l’unica a lavorare quest’uva ma la continua ricerca e sperimentazione ha portato questo vitigno a figurare tra i prodotti di punta della cantina.

Affini sono le vicende che hanno portato alla riscoperta dell’ Uvalino, raro vitigno piemontese la cui ricerca e promozione è da attribuire alla Cascina Castlet. Con solo 5000 bottiglie, l’ “Uceline” rappresenta la memoria di un territorio; è la stessa titolare dell’azienda Mariuccia Borio a raccontarci una storia che si intreccia con la sua, tra i ricordi di un infanzia passata tra filari e vendemmie.

Nel panorama di una produzione sempre più improntata alla mera commercializzazione, con prodotti troppo spesso piacioni ma asettici e standardizzati, emerge da “Autoctono si nasce” un patrimonio italiano ancora tutto da ri-scoprire e pruomuovere fatto di amore e passione, di storia e memoria, di vita e duro lavoro, quello che con la fatica genera la bellezza di un calice di vino perso nel tempo e oggi riscoperto.

 

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