Cascina Tavijn – Nadia Verrua

UVANTICA PREVIEW
“L’ALCHIMIA DI NADIA VERRUA E DELLA CASCINA TAVIJN”

Più giriamo per certi paesini sperduti tra le colline più capiamo quanto ci piaccia perderci tra le colline a caccia di tesori nascosti. Ci inerpichiamo a Scurzolengo per incontrare una “piccola alchimista” che gioca a fare il vino.

Dopo le stravaganze di Asotom e gli strani vitigni di Enrico Druetto sulle orme di Uvantica 2018 oggi scopriamo le pozioni di Nadia Verrua e della Cascina Tavijn.

Quando arriviamo lei è appena tornata da una vigna lontano da qui, tuta e scarponi ci accoglie con i suoi occhi di ghiaccio e un sorriso che mette serenità.

 

Nadia fa vino Bio, macerazioni lunghe, nessuna filtrazione e fermentazioni esclusivamente spontanee sia con che senza solforosa, dipende dal prodotto e dalle idee di Nadia in quel momento. Dopo una breve visita della cantina ci spiega le sua storia e le sue necessità ma soprattutto il suo obiettivo: portare ai clienti vini “giusti” anche se sfacciatamente naturali. Lavorando in questo modo spesso ci si espone già a riduzioni e rischi di ossidazioni, i suoi vini una volta imbottigliati dovrebbero poter riposare prima di essere messi in vendita ma lo spazio qui è assai poco, sta a lei ora scegliere se riorganizzare tutta la cantina o trovare soluzioni alternative per ovviare al problema e come ogni avventuriera che si rispetti Nadia non sembra spaventata delle decisioni che la attendono.

 

In questa cantina prima di lei il vino lo produceva già il papà, anche se lavorava in modo ben diverso: utilizzava tanta solforosa direttamente sull’uva invece di aggiungerla in fermentazione «Io sto facendo il contrario, sto lavorando senza, poi ne aggiungo ma non all’ultimo perchè il rischio è che rimanga libera e si percepisca molto nel vino invece durante la fermentazione si combina e si stabilizza».

Mentre parliamo con lei ci viene spontaneo chiederci perché abbia scelto questa strada ripida e difficile, non è un’enologa e non ha mai studiato per diventarlo, pensava che con i suoi genitori non avrebbe mai lavorato e li aiutava soltanto durante le vendemmie, così la decisione di studiare “Tecniche e arte della stampa”, una sorta di vecchio antenato del graphic designer. Lei stessa non sa spiegare il perchè ma questa è diventata pian piano la sua passione e la sua strada, nel 2001/2002 è entrata in azienda e con estrema sincerità ci dice «Prima che ci capissi qualcosa siamo arrivati almeno al 2005/2006». Nadia ha effettivamente preso le redini della cantina nel 2010 ma a detta sua ancora oggi con il papà “se la deve conquistare”.

La decisione di fare vino in modo naturale nasce dalla voglia di fare un vino più autentico e artigianale anche se sicuramente più “impreciso”.

 

La nostra alchimista parla a bassa voce e ride spesso di sè e dei suoi esperimenti che non sempre vanno a buon fine. Zigzagando tra le vasche e le botti ci parla del suo mondo e del suo modo di fare vino e una volta recuperati i bicchieri ci fa assaggiare da vasca il Ruchè di quest’anno. Due mesi di macerazione sulle bucce e un colore incredibilmente vivo.

Nadia è vera come il suo Ruchè e il Ruchè è il vitigno che porterà con sè a uvantica. Con l’uva raccolta crea tre prodotti diversi: “Teresa”, “Teresa la Grande” e “Ruschena” – un piccola pozione sperimentale che produce comprando l’uva da un signore che aveva piantato il ruchè negli anni ’70.

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Qui ritroviamo anche la Slarina incontrata per la prima volta da Enrico Druetto a Cardona e riusciamo a scoprirne qualcosa in più. Questa “super uva” resistente alle muffe ha un grappolo spargolo ed è per questo che è più resistente alle marcescenze, unica pecca: produce pochissimo, motivo per il quale è stata soppiantata dalla Barbera e persa nei ricordi «ma ancora per poco – conclude lei – fra qualche anno ne potremo assaggiare parecchie».

Infine il suo pazzo Grignolino “G Punk” che «sa di acciuga»,“Il mostro” un grignolino rifermentato e “Ottavio” dedicato al papà.

Nadia è alternativa come lo è il suo vino e lo sono le sue etichette, disegnate per lei dal grafico torinese Gianluca Cannizzo. Nadia sperimenta: acciaio, cemento e legno, usa un po’ di tutto, tappo sughero per la selezione – Grignolino, Barbera e Ruchè – e tappo a corona per tutto il resto.

Più cose spiega e più ci facciamo catturare dalle sue stravaganze e le sue stranezze ci piacciono, è una donna libera dagli schemi e dai preconcetti. E’ una bandita del vino e “Bandita” è anche il nome della sua Barbera. Fa vino perchè le piace e la diverte e i suoi prodotti la rispecchiano a pieno.

Al calare della sera Nadia ci saluta lasciandoci i suoi tre Ruchè da assaggiare prima di ritrovarci insieme a uvantica e chiacchierare ancora.

I produttori di cui abbiamo parlato in queste settimane sono sicuramente impegnativi. Genio e sregolatezza convivono in personaggi dallo stile a volte bizzarro ma sono uno stimolo per chi si approccia a loro senza pregiudizi. Propogono qualcosa di diverso, alternativo anche se non sempre preciso ma sicuramente sorprendente.

Avremmo voluto potervi raccontare di più, visitare tutte le cantine che saranno presenti domenica e andare con voi alla ricerca di queste antiche reliquie ma il tempo è tiranno e scorre troppo in fretta. Vi abbiamo raccontato di Tom, di Enrico e di Nadia sperando di avervi messo la stessa curiosità che è nata in noi.

Ci vediamo domenica a Viarigi pronti per ripartire alla scoperta di nuovi tesori nascosti.

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